Si è conclusa la scorsa settimana, almeno nella sua versione giapponese, la seconda stagione di Frieren: Oltre la Fine del Viaggio. Se ci seguite da un po’ saprete già quanto io apprezzi quest’opera, la sua storia, la sua narrazione, i suoi personaggi e via dicendo e anche se questa stagione due non è stata impattante quanto la prima nel suo insieme, c’è invece un aspetto che lo è stato: la sua protagonista. Si, proprio Frieren in quanto personaggio. Penso che davvero meriti uno spazio per tentare di spiegarvi perché credo che questo personaggio sia per me così straordinario, perché mi piace il suo essere lento, il suo procedere “per tappe”, il “comprendere piano” e no, assolutamente senza fare nessun paragone con Warcraft. Di quella cosa abbiamo già parlato, sapete come la penso e questo vuole essere uno spazio interamente dedicato all’analisi di un personaggio meraviglioso.
Perché nel panorama fantasy contemporaneo, pochi personaggi riescono a ribaltare le convenzioni del genere come fa la nostra maga, una protagonista che non è l’eroina della storia ma ciò che resta dopo il viaggio. Non incarna l’ascesa di un eroe, ma la memoria e proprio in questa scelta narrativa risiede la sua forza: Frieren è un personaggio costruito sull’assenza, sul ritardo emotivo, sulla distanza tra vivere e comprendere.
È un essere millenario, e come tale percepisce il tempo in maniera radicalmente diversa dagli esseri umani. Dove un uomo vede una vita intera, lei intravede appena un battito di ciglia o poco più e questo squilibrio è il nucleo del suo personaggio: una creatura con una vita molto più lunga della nostra incapace di attribuire valore immediato a ciò che, per gli altri e per noi, è irripetibile. Perché se c’è una cosa che i numerosi flashback (altro pilastro dell’opera) ci mostrano, è che durante il viaggio con l’eroe Himmel e i suoi compagni, Frieren osserva, partecipa, ma non interiorizza. È presente, si, ma non coinvolta. Per lei, quei dieci anni sono poco più di una parentesi, mentre per Himmel, invece, rappresentano l’intera essenza della sua vita. E qui si innesta il primo, devastante paradosso del personaggio: Frieren vive gli eventi senza comprenderli, e li comprende solo quando ormai sono perduti.
La morte di Himmel, in questo senso, non è solo un evento narrativo, ma l’innesco dell’intera evoluzione del personaggio. Quando perde l’amico, Frieren piange, ma quel pianto non è semplice dolore, è consapevolezza tardiva. È il momento in cui il tempo umano, per la prima volta, la raggiunge. Non piange solo Himmel. Piange ciò che non ha capito. Piange le parole non dette, i gesti ignorati, i legami mai riconosciuti per ciò che erano. Da quel momento, Frieren intraprende un nuovo viaggio. Non per salvare il mondo (quello è già stato fatto) ma per comprendere il passato, in quella che è appunto una struttura inversa rispetto al classico racconto fantasy o al classico shonen, se vogliamo restare in tema manga/anime.
Tornando a noi, uno degli aspetti più affascinanti di Frieren come personaggio è che la sua crescita emotiva non è spontanea, ma appresa. Non è naturalmente empatica, non comprende intuitivamente gli altri, ma deve osservare, ricordare, persino imitare (cosa che la vediamo fare costantemente con i compartamenti di Himmel). In questo nuovo viaggio, attraverso personaggi come Fern e Stark, Frieren viene costretta a confrontarsi con dinamiche umane quotidiane: affetto, frustrazione, paura, bisogno di riconoscimento. Sono elementi semplici, quasi banali se vogliamo, ma per lei rappresentano un territorio inesplorato. Ed è proprio questo il cuore di tutto ed anche il motivo per cui chi dice che “in questa puntata non è successo niente” si sbaglia. Perché non c’è una sola puntata di Frieren in cui non succeda nulla, se si guarda l’opera per come è strutturata e per quello che vuole trasmettere. Ricordiamoci infatti che parliamo di una storia che non è fatta di grandi gesti eroici, il cui “core” non sono i power-up, i micro-cambiamenti nella sua protagonista, siano essi ricordare un compleanno, comprendere un silenzio o riconoscere un’emozione negli altri. E questo in Frieren accade in ogni singolo episodio. In un certo senso, possiamo dire che ciò a cui assistiamo non è una Frieren che sta imparando a vivere, ma che invece sta imparando a dare significato al vivere.

In questo senso, uno dei temi centrali del personaggio è il rapporto tra memoria e sentimento. Frieren non ama nel senso umano del termine, almeno non inizialmente, ma ricorda. E nel suo mondo, nella sua natura di essere millenario, ricordare diventa la forma più autentica di amore. Ogni buffo grimorio collezionato, ogni luogo visitato, ogni dettaglio apparentemente insignificante diventa un frammento di connessione con chi non c’è più (e con Himmel in particolare). Il suo viaggio allora, diventa quello che possiamo definire un archivio emotivo in costruzione. E proprio qui emerge una delle verità più profonde del personaggio: Frieren non è priva di emozioni, è semplicemente in ritardo rispetto ad esse.
Spostandoci un secondo proprio su Himmerl, la sua figura permea l’intera narrazione pur essendo assente. Lui é il classico eroe già fatto e finito, ma visto attraverso lo sguardo di chi non lo ha mai davvero compreso in vita. Se volete, Himmel rappresenta ciò che Frieren non è: immediato, emotivo e profondamente umano. Eppure, è proprio grazie a lui che la nostra maga inizia a cambiare. Non attraverso insegnamenti diretti, ma attraverso il ricordo. Himmel diventa una bussola morale retroattiva e Frieren rilegge il passato alla luce del presente, scoprendo significati che prima le erano invisibili.
A livello narrativo, l’elfa è un personaggio che comunica più attraverso ciò che non dice che attraverso ciò che esprime apertamente. I suoi silenzi non sono vuoti, ma pieni di elaborazione, di tentativi, di comprensione in divenire. Questo la rende un personaggio estremamente realistico, nonostante il contesto fantasy, perché la sua difficoltà non è combattere demoni o affrontare pericoli, ma comprendere gli altri e sé stessa.
E allora ecco che Frieren ci mette davanti ad una riflessione: l’immortalità non come potere, ma come limite. Vivere troppo a lungo significa rischiare di non dare peso a nulla, ma significa anche avere il tempo di imparare, di correggere, di comprendere, anche se in ritardo. Il suo viaggio è, in fondo, una seconda possibilità. Non per cambiare il passato, ma per finalmente attribuirgli un significato.
La grandezza di Frieren sta tutta qui. È una chiave di lettura diversa, un punto di vista alternativo sul mondo e sulle persone, è un personaggio di cui avevamo bisogno, specialmente nel panorama narrativo di oggi. Frieren non è l’eroe che salva il mondo. È colei che impara perché valeva la pena salvarlo facendolo senza fretta e senza spiegoni ogni cinque minuti. Ma con gli sguardi e con i silenzi. E noi impariamo insieme a questo incredibile personaggio.























