Oggi è il sesto compleanno di uno dei titoli più divisivi degli ultimi anni. Una storia che ancora oggi vede gli appassionati dividersi in schieramenti tra opinioni spesso opposte e il fatto che questa cosa capiti ancora a distanza di così tanti anni dall’uscita di un titolo, mostra come quella storia sia riuscita ad entrare nella testa dei giocatori, a coinvolgerli, a farli pensare. Ma perché tutto questo? Qual è il tema principale di questa storia intorno al quale tutte queste discussioni ruotano?
Una cosa è certa, quando si parla di The Last of Us Parte II, la parola che emerge più spesso è una sola: vendetta. Per alcuni rappresenta il tema centrale dell’opera, per altri è soltanto il punto di partenza di una storia che parla in realtà di perdita, trauma e perdono. La verità è che la vendetta (e l’odio), nel secondo capitolo di questa storia, non è semplicemente un motore narrativo, ma una vera e propria forza che plasma le vite dei personaggi, ne corrompe le relazioni e li trascina in una spirale di sofferenza dalla quale sembra impossibile uscire.
Le storie che vanno ad intrecciarsi di Ellie e Abby sono infatti il racconto di due persone che credono di poter trovare pace attraverso la punizione di chi ha causato loro un dolore insopportabile. Entrambe inseguono la stessa illusione ed entrambe scoprono che non esiste alcuna soddisfazione nella vendetta (sebbene con tempi molto diversi). E quando finalmente lo comprendono, il prezzo da pagare è già diventato enorme.
Tuttavia, per comprendere il significato della vendetta in Parte II bisogna partire da un evento precedente ai fatti del gioco. Alla fine del primo capitolo di The Last of Us, Joel compì una scelta che avrebbe cambiato il destino di molte persone. Per salvare Ellie dalla morte, massacrò i membri delle Luci nell’ospedale di Salt Lake City, impedendo la realizzazione di un possibile vaccino contro il Cordyceps. Tra coloro che morirono quel giorno vi era il padre di Abby, il dottor Jerry Anderson, il chirurgo incaricato dell’operazione. E qui abbiamo il primo dualismo della nostra analisi, le prime facce della stessa medaglia. Perché se per Joel, quel gesto rappresentò un atto d’amore, per Abby, fu la distruzione della sua famiglia e questa contraddizione costituisce il cuore dell’intera narrazione. Joel era l’eroe della storia agli occhi del giocatore, ma era anche il mostro nella storia di qualcun altro (un cliché, certo, ma spesso bisogna saper usare bene anche questi…). La morte di suo padre lasciò in Abby una ferita che non si rimarginò mai, una ferita che negli anni successivi trasformò la sua intera esistenza in un’unica missione: trovare Joel Miller e ucciderlo. E magari per un attimo, quando finalmente ci riuscì, credette di aver ottenuto giustizia… ma per Abby quella sensazione durò solo un istante. In realtà aveva soltanto passato il testimone della propria sofferenza e quell’atto non le aveva in alcun modo tolto il peso che aveva addosso da quattro anni.
Passiamo ora all’altra faccia delle medaglia. La morte di Joel non rappresenta soltanto la perdita di una figura paterna. Per Ellie significò perdere la possibilità di guarire un rapporto spezzato. Come scopriamo durante il gioco, poco prima degli eventi di questa seconda parte la nostra ragazza immune aveva iniziato ad avvicinarsi nuovamente a Joel dopo anni di rabbia e incomprensioni, tutte con origine la grande bugia nel finale di Parte I. Ellie aveva scoperto la verità sull’ospedale delle Luci e non era riuscita a perdonarlo completamente, ma stava tentando di ricostruire il legame tra loro, ma la morte interrompe quel processo. Joel viene ucciso proprio quando Ellie stava iniziando a concedergli una seconda possibilità. Questo dettaglio è fondamentale, perché spiega perché il dolore di Ellie sia così devastante. Ridurre il problema di Ellie alla sola morte di Joel è riduttivo, perché il vero dramma, per lei, è stata la privazione di un futuro che non esisterà mai. Da quel momento, la vendetta diventa un modo per evitare il lutto e soprattutto quella privazione. Finché continua a inseguire Abby e i suoi amici, Ellie non è costretta ad affrontare il vuoto lasciato da Joel. La rabbia le offre uno scopo, un bersaglio, una direzione. Ma più avanza nel suo viaggio verso Seattle, più appare evidente che quella missione la sta consumando. Ogni persona uccisa la allontana da ciò che era, ogni passo verso Abby la porta sempre più lontana da Joel.
E l’altra parte di questo viaggio? Il personaggio di Abby è stato sicuramente l’elemento più controverso e divisivo dell’intera opera, ma è anche quello che rende possibile il messaggio della storia. All’inizio del gioco noi vediamo soltanto il risultato della sua vendetta. Alla fine ha trovato l’assassino di suo padre, lo ha ucciso e ha ottenuto ciò che desiderava. Tutto a posto, no? Eppure Abby non è felice perché, come abbiamo detto prima, queso atto non l’ha guarita, non è servito a farle ritrovare la pace. Abby ha capito molto prima di Ellie che la sua ossessione ha divorato anni della sua vita senza darle nulla in cambio. La morte di Joel non le restituisce il padre, non cancella il trauma e non riempie neppure il vuoto che porta dentro ma anzi, la trascina in un nuovo ciclo di violenza che finirà per costarle quasi tutto: gli amici, gli affetti, una casa nel WLF e un senso di appartenenza in esso. Attraverso Abby, il gioco veicola la sua metà del messaggio dell’opera, ovvero che la vendetta non conclude il dolore, ma lo prolunga.
E come lo prolunga questo dolore? Sicuramente attraverso l’altro tema importante di Parte II, cioè l’idea che ogni atto di violenza generi nuove ferite. Basta fermarsi e pensarci un attimo: è tutto un continuo ciclo di violenza che si ripete. Joel uccide il padre di Abby, che a sua volta uccide Joel, quindi Ellie uccide gli amici di Abby, che a sua volta cerca di uccidere Ellie. A quale punto si arriva alla fine? Che nessuno è completamente innocente e allo stesso modo nessuno è completamente colpevole. Ogni personaggio è contemporaneamente vittima e carnefice. La struttura narrativa del gioco obbliga il giocatore a confrontarsi con questa realtà, dove per molte ore osserviamo il mondo attraverso gli occhi di Ellie, condividendone rabbia e desiderio di vendetta. Poi però, successivamente si è costretti a guardare gli stessi eventi dal punto di vista di Abby e l’effetto non può che essere destabilizzante. Improvvisamente i nemici smettono di essere semplici bersagli. Diventano persone con amicizie, sogni e paure in un’opera che, attenzione, non chiede di giustificare le loro azioni, bensì di comprenderle, di provare empatia per loro.
Ma esiste un momento in cui tutto questo si poteva fermare prima di arrivare al finale di Parte II? Certo che si. Dopo gli eventi di Seattle, Ellie ottiene finalmente qualcosa che sembrava impossibile: una possibilità di essere felice. Nella sezione della fattoria, la vediamo infatti vivere con Dina e il bambimo di quest’ultima, JJ. Ellie ora ha una casa, una famiglia e semplicemente… una vita. Eppure, nonostante tutto, nonostante in quel momento abbia di fatto privato Abby già di tutto quello che aveva (le ha ucciso tutti gli amici e ne ha indirettamente provocato l’allontamento dal WLF), non riesce a lasciarsi alle spalle il passato. Le crisi traumatiche continuano a perseguitarla. Joel continua a vivere nei suoi ricordi… e la vendetta, alla fine è diventata parte della sua identità. Per questo decide di partire nuovamente, lasciare Dina e quella possibilità di ricominciare, andando nuovamente alla ricerca di Abby dopo aver inizialmente rifiutato l’ “invito” di Tommy. Questa è senza dubbio la scelta più tragica dell’intero gioco, il punto di rottura che è stato meravigliosamente seminato durante tutto il nostro tempo insieme ad Ellie. Ed è ancora più immersivo il fatto che noi, in quel punto, già comprendiamo ciò che Ellie ancora non riesce (e soprattutto non vuole) vedere: anche in quella che è a tutti gli effetti un’ultima missione suicida, non troverà ciò che sta cercando.
Ma arriviamo quindi al tanto dibattuto finale. Quando Ellie ritrova Abby a Santa Barbara, entrambe sono ormai l’ombra di ciò abbiamo visto durante tutto il titolo. In questo momento non ci sono né vincitori né tantomeno eroi. Tutto ciò che il gioco ci sbatte in faccia con una violenza inaudita sono due persone distrutte da anni di odio e sofferenza. Ed è qui che la storia raggiunge il suo punto più importante, perché nel momento in cui potrebbe finalmente ottenere la propria vendetta, Ellie si ferma. Ma come? Dopo tutta questa violenza? Dopo tutti questi morti? Dopo aver rinunciato persino a Dina? Ma che senso ha?
Proviamo a capire. Ellie non risparmia Abby perché Abby si è convinta che fosse innocente e sicuramente non lo fa perché ha dimenticato Joel. Il motivo per cui Ellie all’ultimo momento toglie le mani dal collo di Abby è perché ha finalmente capito ciò che la sua nemica aveva realizzato due secondi dopo aver ucciso Joel. Ucciderla non cambierà assolutamente nulla. Per la prima volta, Ellie smette di inseguire il passato. Per la prima volta accetta il dolore invece di trasformarlo in rabbia. E per la prima volta da quel giorno in quello scantinato nella baita, la memoria che riaffiora nella sua mente non è quella della morte di Joel, bensì quella dell’ultima conversazione avuta con lui. Un ricordo legato al perdono e alla possibilità di ricostruire un rapporto spezzato. È in quel momento che Ellie comprende la seconda parte del messaggio dell’opera, ovvero che la vendetta non è il contrario del dolore, ma uno dei suoi sintomi.
Siamo così arrivati alla fine di questo nostro viaggio. Cosa possiamo dire dopo questa analisi? Sicuramente che la grande forza di The Last of Us Parte II non consiste nel raccontare una storia di odio e vendetta, ma nel mostrare cosa accade quando quella stessa vendetta diventa l’unico modo attraverso cui una persona tenta di elaborare una perdita. Abby ottiene ciò che desidera e scopre che il dolore rimane, mentre Ellie percorre la stessa strada e comprende la lezione un istante prima di commettere lo stesso errore che l’avrebbe distrutta facendole perdere totalmente la sua umanità. Il messaggio finale dell’opera non è che la giustizia sia inutile o che il perdono sia semplice. Al contrario, il gioco ci mostra quanto sia difficile interrompere il ciclo della violenza quando ci si è completamente dentro e si è stati feriti profondamente. Alla fine, se ci riflettiamo un attimo, Joel, Abby ed Ellie diventano i protagonisti della stessa tragedia. Sono persone che hanno compiuto azioni terribili per amore di qualcuno. Persone che hanno cercato di colmare una perdita attraverso la violenza. Persone che hanno scoperto troppo tardi che alcune ferite non possono essere curate infliggendone altre.
Ed è proprio questa complessità morale a rendere The Last of Us Parte II una delle opere narrative più belle e ancora oggi discusse e divisive della storia dei videogiochi.























