Quando annunciarono che si sarebbe realizzata una nuova serie sull’universo di Game of Thrones (e nei mesi a venire) ammeto che le mie sensazioni fossero divise nettamente in due. Da una parte ero scoraggiato perché venivamo sia dal finale (infausto) della serie madre, sia dalla, perlomeno, deludente seconda stagione di House of the Dragon, di cui abbiamo parlato ormai due anni fa anche qui sul sito. Dall’altra però una parte di me non poteva non sperare che potesse uscire qualcosa di genuinamente buono. Ecco, non pensavo però così buono.
Con l’arrivo della serie A Knight of the Seven Kingdoms, l’universo televisivo nato dall’opera di George R. R. Martin è riuscita a raccontare Westeros da una prospettiva completamente diversa rispetto ai suoi due predecessori. Dopo l’epica brutale di Game of Thrones e la tragedia dinastica di House of the Dragon, HBO ha scelto di spostare lo sguardo lontano dai troni e dalle grandi guerre, per concentrarsi su un racconto più intimo, quasi cavalleresco. Il risultato è una serie che è allo stesso tempo la cosa più vicina a Game of Thrones (delle stagioni 1-4) e anche la più lontana, perché promette di esplorare i Sette Regni in modo inedito: non più attraverso i giochi di potere delle grandi casate, ma attraverso gli occhi di due viaggiatori che attraversano il regno senza possedere nulla.
Diamo anche un minimo contesto storico della vicenda. La storia è ambientata circa novant’anni prima degli eventi di Game of Thrones, in un periodo in cui la dinastia Targaryen governa ancora stabilmente i Sette Regni. A differenza dell’epoca raccontata in House of the Dragon, però, il mondo è profondamente cambiato. I draghi, simbolo del dominio Targaryen, sono ormai scomparsi. La devastante guerra civile nota come la Danza dei Draghi ha distrutto gran parte della potenza militare della dinastia, lasciando il regno più vulnerabile e politicamente fragile. In questo contesto, Westeros vive una fase di apparente stabilità, ma le tensioni non sono mai davvero scomparse. Le grandi casate conservano il loro potere regionale, mentre rivalità dinastiche e vecchi rancori continuano a scorrere sotto la superficie. È sicuramente un mondo meno spettacolare rispetto a quello a cui siamo abituati, ma certamente non meno complesso.
Al centro della serie troviamo due protagonisti molto diversi dagli eroi e dagli anti-eroi che hanno dominato le precedenti serie (e verrebbe da dire anche per fortuna). Il primo è Ser Duncan (Peter Claffey), un cavaliere errante di origini umilissime. Dunk, come viene chiamato sia nel libro che nella serie, non possiede castelli, ricchezze o un grande nome alle spalle. È un uomo semplice, spesso insicuro, che cerca solo di vivere secondo gli ideali cavallereschi che ha imparato dal suo maestro, Ser Arlan di Pennytree. Accanto a lui viaggia il giovane scudiero Egg (Dexter Sol Ansell), apparentemente un ragazzo qualsiasi ma in realtà membro della famiglia reale Targaryen. Ed ecco, il loro rapporto è uno degli elementi più affascinanti della storia: Dunk incarna l’idea romantica della cavalleria, mentre Egg osserva il mondo con lo sguardo di chi un giorno dovrà, forse, governarlo. Viaggiando insieme, nella serie vediamo i due entrare in contatto con una parte di Westeros che raramente appare nelle grandi saghe. Perché questa è in soldoni la trama di AKOTSK (ed anche il motivo per cui alcuni sono rimasti delusi): la storia di un poveraccio che vuole essere accettato come cavaliere.

Una delle differenze più evidenti tra A Knight of the Seven Kingdoms e le altre serie ambientate nello stesso universo riguarda il punto di vista narrativo. In Game of Thrones, la storia era costruita intorno ai grandi protagonisti della politica di Westeros: Re, Regine, Lord e comandanti militari. Eravamo abituati ad osservare il mondo dall’alto, seguendo le strategie e le ambizioni delle famiglie più potenti del continente. Allo stesso modo, anche House of the Dragon adotta una prospettiva simile, concentrandosi quasi esclusivamente sulla famiglia reale Targaryen e sulle loro rivalità interne. AKOTSK, invece, ribalta completamente questo schema. Dunk ed Egg non sono figure centrali nel gioco del potere. Sono viaggiatori, outsider che si muovono ai margini della società feudale. Attraverso di loro lo spettatore scopre un Westeros più quotidiano: locande, mercati, tornei locali, piccoli feudi e rivalità tra nobili minori. È un punto di vista, ed un mondo in generale, molto più umano, dove le conseguenze delle decisioni politiche ricadono direttamente sulla vita delle persone comuni, ma che sono allo stesso molto lontanissime dalla storia. Il Trono di Spade, la Fortezza Rossa, sono distantissimi da Dunk, così come da Egg, anche se ci sono, anche se lì senti prepotentemente quando arriva quel “I will take Ser Duncan’s side!” accompagnato da quella musica in quei capolavori che sono gli episodi 4 e 5! Un altro elemento che distingue la serie dalle precedenti è assolutamente il tema della cavalleria. Nella serie madre, l’ideale cavalleresco veniva spesso smontato e mostrato come un’illusione, con molti cavalieri che si rivelavano corrotti, crudeli o semplicemente opportunisti. Con Dunk, invece, Martin e lo showrunner Ira Parker hanno voluto esplorare l’idea opposta: cosa succede quando qualcuno prova davvero a vivere secondo quegli ideali?
Ser Duncan non è perfetto. È ingenuo (ma non stupido), spesso impacciato e non sempre capisce le complesse dinamiche politiche che lo circondano. Ma proprio per questo rappresenta qualcosa di raro nel mondo di Westeros: un uomo che cerca sinceramente di fare la cosa giusta. Dunk è, a tutti gli effetti, un legale buono fatto e finito. La serie utilizza questa prospettiva per interrogarsi sul significato dell’onore e della giustizia in una società profondamente gerarchica.
Dal punto di vista del ritmo e della struttura narrativa, A Knight of the Seven Kingdoms si avvicina molto più a un racconto d’avventura medievale che a una saga politica (com’è giusto che sia visto il materiale originale, almeno qua non si è presa la via della fanfiction come altrove, per ora…) Le storie di Dunk ed Egg sono costruite attorno a eventi relativamente piccoli come tornei, dispute territoriali o incontri con altri cavalieri erranti. Tuttavia, dietro questi episodi apparentemente semplici si nascondono spesso intrighi e tensioni che riflettono i grandi conflitti del regno, che ci restituiscono quello che adoravamo di GoT.
Così come adoravamo l’evoluzione dei personaggi di GoT (almeno fin quando c’era il materiale sorgente da seguire), aspetto che torna prepotentemente in questa serie, e non solo riguardo ai due protagonisti, ma praticamente a tutto il cast principale. In sole sei puntate (e per giunta dalla durata molto ridotta rispetto agli standard della serie), tutti i personaggi principali e secondari del cast vengono stravolti dagli eventi, in modo tale che si possa percepire un cambiamento evidente in loro durante tutto il loro percorso. Tutti in quei tre giorni di torneo iniziano in un modo, ma terminano in un altro. E in una storia questo è sempre apprezzabile.
Nonostante il tono più intimo però, la serie rimane profondamente legata alla storia della dinastia Targaryen, anche perché uno dei protagonisti è appunto um membro della famiglia reale. Senza metterci a fare spoiler sul futuro, ci limitiamo a dire che le esperienze vissute accanto a Dunk saranno determinanti per Egg nel formare la sua visione del mondo e del potere.
Quindi? Quindi ne è venuta fuori una delle migliori serie dell’anno e voglio chiudere facendo un paragone videoludico, dandovi anche un consiglio. Se avete apprezzato questa serie, vi consiglio caldamente di giocare a Kingdom Come Deliverance II, perché è in assoluto quello che più si avvicina (e mi ha anche ricordato durante la visione), al mood che AKOTSK è riuscita a trasmettermi. Se volete un’esperienza di quel mondo, ma molto più immersiva, andate senza paura, non ve ne pentirete.
Intanto, grazie HBO. Una boccata del vecchio Westeros ci voleva proprio, nella speranza di non cadere di nuovo nel baratro il prossimo Giugno…























