Immaginate di vivere in un mondo nel quale la distruzione non è una possibilità, ma una certezza. Non sapete quando arriverà, non sapete quale città colpirà e nemmeno quante persone moriranno, ma sapete che tornerà, semplicemente perché è già successo e perché, prima o poi, succederà di nuovo. Non vi trovate in un incubo, siete in un mondo dove la paura invece di essere un’emergenza è parte stessa della vita. Un mondo dove le persone costruiscono villaggi sapendo che molto probabilmente saranno distrutti o attraversano mari e pianure sapendo che nessun luogo è davvero al sicuro. E poi pregano. Tanto, tantissimo, per ottenere protezione, seguendo una religione che promette la salvezza, affidando le proprie speranze a giovani evocatori destinati a intraprendere un pellegrinaggio dal quale, forse, non faranno ritorno. C’è ovviamente una minaccia in questo mondo, è Sin. Un essere gigantesco, una creatura capace di devastare città, distruggere intere comunità e riportare il mondo alla paura. Ma questo Sin non è soltanto un mostro. Perché magari vi sembrerà anche strano, ma è il centro attorno al quale è stata costruita la civiltà di Spira. Questa minaccia costante ha cambiato la politica, ha influenzato la religione, e come abbiamo detto ha persino determinato il modo in cui le persone vivono, viaggiano e ricordano i morti. Ogni generazione di questo mondo è cresciuta sapendo che qualcuno avrebbe dovuto affrontarlo e che la pace, anche dopo una vittoria, sarebbe stata soltanto temporanea. Eppure, questo pianeta non è un mondo privo di speranza, tutt’altro! È una terra piena di musica, colori e tradizioni. Un luogo nel quale le persone continuano a celebrare la vita proprio perché conoscono il valore della perdita. Un mondo nel quale il dolore non viene dimenticato, ma viene trasformato in memoria.
Ebbene, in questo secondo episodio di Atlas, ci immergeremo proprio in questo mondo nel quale la morte è diventata parte della cultura.
Dove siamo? Su Spira, il mondo di Final Fantasy X.
Iniziamo con un primo passo fondamentale: per comprendere Spira bisogna partire da Sin. Non soltanto dalla sua natura o dalla sua origine, bensì dal modo in cui la sua esistenza ha trasformato questo mondo. Dobbiamo capire che parliamo di una presenza ciclica, che appare, distrugge e viene si sconfitto, ma dopo un periodo di pace, ritorna. Questo ciclo ha segnato la storia di Spira per generazioni, in un modo talmente marcato che i suoi abitanti non vivono chiedendosi se Sin tornerà, perché sanno già che accadrà. L’unica domanda è quando. Capite bene quindi che questa certezza ha cambiato il modo in cui la civiltà si è sviluppata. In un mondo nel quale una creatura gigantesca può distruggere una città, costruire grandi centri urbani, beh, diventa difficile. Per questo motivo le comunità più piccole sono più facili da ricostruire e le persone imparano a vivere con poco, con le (pochissime) città che diventano luoghi preziosi e vulnerabili. È inevitabile allora che questo mondo non possa crescere liberamente, proprio perché ogni progresso rischia di essere cancellato in brevissimo tempo. È come se la presenza di Sin abbia imposto un limite alla storia. Spira può cambiare, certo, ma non riesce mai a liberarsi completamente dal proprio passato. Ogni generazione eredita la paura di quella precedente, ogni periodo di pace viene vissuto sapendo che non durerà per sempre eppure, proprio perché la distruzione è inevitabile, la vita acquista un valore particolare e molto molto importante e prezioso.
Ma cosa succede nello specifico? Dopo la sconfitta di Sin, Spira entra in un periodo chiamato Bonacciale. Per un certo tempo, il mondo può vivere senza la paura della distruzione e quindi i villaggi distrutti vengono ricostruiti, le persone tornano a viaggiare e le comunità cercano di riprendere una vita normale. Ma come abbiamo detto il Bonacciale non è una vera vittoria, ma la potremmo considerare praticamente una tregua, perché tutti, qualsiasi abitante di Spira sa che Sin tornerà e che quella pace che stanno vivendo è temporanea, è solo effimera. E proprio per questo viene considerata preziosa e sempre per questo rappresenta l’idea centrale per comprendere la cultura di questo pianeta. In molti mondi fantasy, la vittoria dell’eroe rappresenta la fine della minaccia (specie nei jrpg come FFX); il male viene sconfitto e il mondo può ricominciare… ma su Spira non funziona così. La vittoria è soltanto schiacciare il tasto pausa e la storia non procede verso una soluzione definitiva, anzi, continua a ripetersi. Certo, l’eroe c’è, perché ogni evocatore che affronta Sin diventa un simbolo. Le sue imprese vengono ricordate, le persone celebrano il suo sacrificio… ma, con il passare del tempo, un nuovo evocatore dovrà compiere lo stesso viaggio. La speranza è quindi legata indissolubilmente al sacrificio e allo stesso modo la pace è legata indissolubilmente alla perdita e il mondo di Spira ha imparato ad accettare tutto questo come parte dell’ordine naturale.
Cerchiamo ora però di capire da dove viene tutta questa rigidità, anche se la risposta è forse più facile di quel che si possa pensare. In un mondo dominato dalla paura, è ovvio che la religione sia la via che più facilmente possa portare ad una risposta. E infatti, la fede di Yevon, diffusa e molto radicata su tutta Spira, promette protezione, ma non si limita a questo! Essa spiega anche l’origine della sofferenza, indica alle persone come vivere e soprattutto, appunto, offre una speranza. Ma in cosa consiste nella sostanza? Ecco, secondo gli insegnamenti di Yevon, Sin è una punizione. Nella loro visione o nel loro credo se preferite, il mondo è stato colpito perché gli esseri umani hanno abusato della tecnologia e hanno dimenticato il valore della fede, e per evitare che tragedie simili possano ripetersi, gli abitanti devono rispettare rigidamente le tradizioni. Devono pregare, seguire i precetti, ed evitare l’uso delle macchine proibite. La religione diventa quindi il centro della società e di conseguenza i grandi templi yevoniti non sono soltanto luoghi di culto, diventando veri e propri punti di riferimento politici, culturali e sociali. Ne consegue a sua volta che gli invocatori vengono rispettati ed i sacerdoti possiedono una grande autorità, così come i pellegrinaggi vengono considerati fondamentali e finisce per influenzare ogni aspetto della vita. L’avrete a questo punto già capito: Yevon non è soltanto una religione, è anche un sistema. Una teocrazia che stabilisce ciò che è giusto, ciò che è proibito, ciò che può essere ricordato e ciò che invece deve essere dimenticato. Ed è quasi stordente vedere come gli abitanti di questo mondo crescano all’interno di quest’ordine. Per molti infatti, Yevon rappresenta conforto, per altri controllo… e alla fine è proprio questa ambiguità a rendere Spira così interessante. Perché, come abbiamo visto, la fede non viene presentata soltanto come una forza positiva o negativa, ma è diventata una risposta alla paura. C’è però un piccolo dettaglio. Chi amministra il culto yevonita sono comunque persone… e quindi questa fede può diventare anche uno strumento di potere.
Ma prima di parlare di questo, cerchiamo di vedere da cosa scaturisce la speranza che alimenta questo mondo. In cosa consiste, cosa attraversa? Ebbene, al centro di tutto si trova il pellegrinaggio. Quando Sin ritorna, un invocatore può intraprendere questo lungo viaggio che attraversa attraversa tutta Spira, fino ad arrivare al suo traguardo finale, la mitica città di Zanarkand. Ma questo è appunto solo l’arrivo. Durante il percorso, l’invocatore visita i Templi yevoniti, dove ottiene il potere di potenti creature chiamate Eoni e viene accompagnato dai propri Guardiani. E tutto questo non è impresa eroica, ma una tradizione che finisce sempre per culminare in un sacrificio, perché tutti gli invocatori son ben consci del destino che lì attende alla fine del loro cammino. Ma nonostante questo, perseverano, guadagnandosi l’ammirazione degli altri abitanti che li ammirano, pregano per loro ed inevitabilmente li ergono a simboli di speranza. L’aspetto che manca è semmai il soffermarsi sul prezzo che quei simboli di speranza dovranno pagare; che è un qualcosa di tragico se ci si riflette un attimo. La società di Spira ha trasformato il sacrificio in una necessità, in cui ogni generazione affida la propria speranza a qualcuno disposto a morire. E dopo aivoglia ad erigere statue degli invocatori che riescono a sconfiggere Sin. Resta comunque una persona che ha rinunciato al proprio futuro.

Qui non ripercorreremo tutte le tappe del pellegrinaggio, ma è importante sapere che Spira non è un mondo dalla cultura omogena, anzi. Il mondo è abitato da popoli differenti, dove si possono trovare gli abitanti dei villaggi che seguono i precetti di Yevon, così come i possenti Ronso che vivono tra le montagne e sono anch’essi grandi credenti. Poi ci sono i Guado, che possiedono una cultura legata alla natura e alla morte, ma anche gli Albhed, i quali rappresentano una visione del mondo completamente diversa. Essi infatti, non solo utilizzano la tecnologia, ma rifiutano anche alcune regole imposte dal credo yevonita. Va da se quindi che non accettino nel modo più assoluto l’idea che il sacrificio degli evocatori sia inevitabile e tutto ciò li porta inevitabilmente ad essere guardati con sospetto. Persino la loro lingua è diversa da quella parlata dagli altri abitanti del mondo, ed in questi Albhed si può scorgere il tema del razzismo presente in Final Fantasy X. Questa loro cultura così profondamente diversa viene infatti spessissimo giudicata senza essere compresa ed è proprio il conflitto tra Yevon e questo popolo a mostrare all’interno del gioco quanto la paura possa dividere le persone.
Nella visione degli Albhed, la tecnologia proibita è stata trasformata in un simbolo. Nel resto del mondo essa non rappresenta, come abbiamo visto, soltanto il progresso, ma una colpa. Per loro invece, è la dimostrazione che esistono anche altri modi di vivere, altre interpretazioni della storia, o più banalmente altre possibilità. Un modo di vivere che va oltre i dogmi, oltre “le cose imposte”.
Ora, magari vi sembrerà incredibile, ma nonostante tutto questo, nonostante la guerra, la morte, la paura e i sacrifici.. Spira è esteticamente un mondo bellissimo. Vi si trovano isole sono luminose, un mare azzurro, foreste ricche di colori. E badate bene, questa bellezza non è in contrasto con la tragedia di fondo della storia, anzi, serve a renderla più forte. Perché in un mondo nel quale tutto può essere distrutto, ogni momento diventa prezioso. Che sia una festa, una partita di blitzball, un viaggio o un incontro, la vita non viene celebrata perché è eterna, ma proprio perché ha questa marcatissima fragilità, in un mondo che non ignora la morte che lo circonda, ma che continua a vivere nonostante essa le stia perennemente col fiato sul collo.
Ora, torniamo al tema del potere che abbiamo accennato poco fa. È chiaro che Spira sia un mondo prettamente fantasy, abitato da creature di ogni tipo, dove la magia è reale e le anime possono restare tra i vivi. Eppure, il mondo possiede una forte coerenza, dove ogni elemento è collegato. Tutto parte da Sin, che influenza la religione, che a sua volta influenza la politica, che a sua volta influenza il rapporto con la tecnologia. L’altro perno è poi la paura, che influenza la vita quotidiana, la quale è a sua volta pesantemente influenzata dalle tradizioni. Ma alla fine, tutto si può ridurre ad una domanda: Come cambierebbe una civiltà se sapesse che una forza distruttiva tornerà sempre? E la risposta è semplicemente… Spira. Ogni regione, ogni tradizione e soprattutto ogni istituzione di questo mondo è una conseguenza di quella paura. Ed è proprio per questo il clero manovra praticamente tutto. Perché esso è diventato sia la domanda, che la risposta.

Arrivati alla fine anche di questa seconda cartolina videoludica, possiamo certamente affermare che quello di Spira è un mondo costruito attorno alla fine, con una civiltà che ha imparato a vivere sapendo che la distruzione tornerà. Un popolo che ha trasformato la paura in fede, il sacrificio in tradizione e la morte in memoria. Per generazioni, le persone hanno accettato questo ciclo, ma la storia di Spira pone ben più di una domanda: una tradizione deve essere rispettata soltanto perché esiste da molto tempo? Un sacrificio è davvero inevitabile? E la pace può essere considerata una vittoria se è destinata a finire? Per questo, la storia di Tidus, Yuna e dei loro compagni di spezzare finalmente questo ciclo eterno di morte, significa affrontare la paura. Significa mettere in discussione ciò che tutti considerano vero. Significa accettare che il futuro possa essere diverso e non imposto.
Ed è forse questo il motivo per cui Spira continua a essere uno dei mondi videoludici più memorabili della storia dei videogiochi. Non perché sia perfetto, nessuno lo è. Ma perché riesce a mostrare come le persone possano continuare a vivere anche quando il futuro sembra già scritto. Perché mostra un mondo nel quale la morte è sempre presente e quindi la vita assume un valore immenso.
Un mondo nel quale la pace è fragile e quindi vale ancor di più la pena difenderla.
Un mondo nel quale il passato sembra impossibile da cambiare, e quindi è ancora più importante la speranza che qualcuno possa ancora scegliere di spezzarne il ciclo.
Perché, a volte, la più grande vittoria in un jrpg non è sconfiggere il nemico di turno. Spira ci insegna che è rifiutare di continuare a vivere secondo le regole che il passato ci ha imposto.





















