Come è ormai consueta fare, Blizzard ci ha proposto un nuovo racconto breve preparatorio alla prossima major patch, la 12.1, con questa storia intitolata “The Bitter Truth”. E come sempre noi siamo qui a parlavi di questo nuovo contenuto per riassumerlo ed analizzarlo insieme a voi.
Di cosa tratta quindi questo racconto? Beh, come facile immaginare visto il tema che si affronterà ne La Maledizione di Ula’tek (il titolo della 12.1), l’argomento centrale sarà ancora il conflitto millenario tra gli Elfi del Sangue e i Troll Amani. Un conflitto ben diverso da molti altri nell’universo di Warcraft, perché se ci sono guerre che terminano con la firma di un trattato ed altre che finiscono quando l’ultimo esercito viene sconfitto, quando l’ultima fortezza cade o quando l’ultimo re depone la corona, ce ne sono altre ancora che sopravvivono ai propri combattenti. La lunga guerra tra gli elfi di Quel’Thalas e gli Amani appartiene proprio a questa categoria e con The Bitter Truth, Blizzard abbandona battaglie spettacolari, invasioni cosmiche e antichi dei per raccontare qualcosa di molto più raro nel mondo di WoW, ossia il momento in cui due nemici provano, anche solo per poche ore, a guardare il conflitto attraverso gli occhi dell’altro, una decisione alquanto affascinante.
Il risultato è uno dei racconti più maturi che abbiamo letto di recente, una storia raccontata in modo diretto, fatta quasi esclusivamente di dialoghi, ricordi e verità scomode, che mette a nudo secoli di odio reciproco e prepara il terreno per un futuro in cui vecchi nemici potrebbero essere costretti a convivere.
La nostra storia si apre ad Har’athir, territorio degli Haranir, dopo un importante summit diplomatico. Lor’themar Theron arriva a una locanda convinto di incontrare Lady Liadrin per bere qualcosa insieme dopo le trattative, ma capisce immediatamente di essere stato ingannato. Al suo posto infatti, trova Torundo, un consigliere militare della capotribù Amani Zul’jarra e il racconto ci mette davanti ad una situazioni ai limiti del comico. Entrambi sono stati manipolati da Liadrin, entrambi se ne rendono conto ed entrambi ne comprendono immediatamente il motivo. Su suolo Haranir la violenza è proibita e nessuno dei due può ricorrere alle armi. Di conseguenza, in questo contesto, né Lor’themar né Torundo possono abbandonare l’incontro senza apparire deboli. Così, due uomini che hanno passato gran parte della loro vita a combattersi vengono costretti a sedersi allo stesso tavolo e condividere una bevanda misteriosa lasciata da Liadrin. È una premessa narrativa apparentemente molto semplice se vogliamo, ma Liadrin ha compreso qualcosa che né gli Elfi né gli Amani hanno mai voluto ammettere: la guerra tra i loro popoli continua perché nessuno ha mai davvero ascoltato l’altra parte (sappiamo cosa state pensando, ne parliamo in fondo a questa analisi).
Tornando al nostro racconto, fin dall’inizio è evidente che quello che sta per svolgersi non è un dialogo, ma una sorta di “duello”, solo che al posto delle lame vengono usati ricordi, accuse e vecchie ferite. Torundo e Lor’themar iniziano scambiandosi frecciate e provocazioni. Il troll accusa gli Elfi di nascondere le proprie colpe dietro una maschera di civiltà, mentre Lor’themar risponde ricordando le atrocità commesse dagli Amani nel corso dei secoli. Appare subito evidente come nessuno dei due stia cercando la pace, ma stiano cercando invece di dimostrare che il proprio popolo ha sofferto più dell’altro, in una sorta di “giustificazione della rabbia e dell’odio”. Il chiarire questo punto è il centro di tutto “The Bitter Truth” (come forse lo stesso titolo suggerisce). Blizzard non presenta mai un innocente e un colpevole in questa storia, ma ci mostra due uomini convinti di conoscere la verità e che alla fine scopriranno di conoscere soltanto una parte della storia.
La conversazione prende una svolta inaspettata quando Torundo rivela di aver incontrato Lor’themar molti anni prima, durante la Seconda Guerra. Veniamo a sapere infatti che durante il periodo in cui Zul’jin guidava la resistenza Amani contro Quel’Thalas, Torundo era presente quando Lor’themar venne catturato dai troll, vedendo in prima persona il trattamento riservato al futuro Lord Reggente di Silvermoon. Ma Lor’themar risponde con una rivelazione ancora più sorprendente…. cioè che anche lui ricorda Torundo, che ai ai tempi non era nè un generale nè un guerriero, ma un bambino che viveva nel villaggio di Zen’tamani. Da questo momento il racconto cambia completamente tono. Il racconto smette di parlare “di lore”, spostandosi sulle persone, sulle loro vite e sulla loro memoria.
A questo punto vediamo Lor’themar raccontare ciò che ricorda. Anni prima, alcuni predoni Amani avevano assalito una carovana elfica. I corpi delle vittime erano stati mutilati ed esposti come trofei ed ovviamente per gli elfi si era trattato di un atto di barbarie intollerabile. La risposta di Quel’Thalas fu immediata e i Lungopasso guidati dall’allora Generale Ranger Lireesa Windrunner rintracciarono i responsabili fino al villaggio di Zen’tamani. Lì, attesero che i predoni si ubriacassero durante una celebrazione e all’alba entrarono nel villaggio senza incontrare una resistenza significativa. È interessante notare come Lor’themar racconti quest’episodio senza rimorso. Per lui si trattava infatti di semplice giustizia, dove i colpevoli erano stati trovati e puniti. Il villaggio aveva protetto assassini e aveva pagato il prezzo delle proprie azioni. Una convinzione che il Lord Reggente porta con sé da decenni, una certezza assoluta nella sua mente… che Torundo sta però per demolire.
Quando Torundo prende la parola, riusciamo ad asoltare la celebre “altra campana”, l’altra versione della storia. Eventi che sono ovviamente gli stessi, ma questa volta ci vengono presentati dalla prospettiva di un bambino. Torundo ricorda elfi scintillanti che apparivano come spiriti della morte, e guerrieri disarmati massacrati. Ricorda anche edifici incendiati con persone ancora all’interno e famiglie distrutte. Per lui Zen’tamani non era una base militare, ma letteralmente casa sua e gli elfi che Lor’themar considera eroi erano mostri arrivati all’alba per uccidere chiunque trovassero sul loro cammino.
Alla fine, nessuno dei due sta mentendo, sono semplici punti di vista diversi di una stessa storia, due verità ugualmente valide. Poi arriva il colpo di scena del racconto. Torundo rivela un dettaglio che Lor’themar non aveva mai conosciuto, cioè che la carovana attaccata non era composta soltanto da civili. Tra i carri viaggiavano infatti dei Lungopasso armati travestiti da comuni viaggiatori e quindi le vittime innocenti c’erano state davvero, ma c’erano stati anche dei combattenti che gli Amani consideravano bersagli militari. Improvvisamente allora tutto cambia. Certo, le atrocità dei troll non scompaiono, ma anche la versione elfica della storia inizia a mostrare alcune crepe. Forse i superiori di Lor’themar non conoscevano tutta la verità, forse la conoscevano e decisero di ignorarla o forse ancora la guerra aveva soltanto bisogno di mostri, perché è molto più facile combattere un mostro che affrontare la complessità della realtà.
Ed è qui che il titolo del racconto assume il suo significato. “L’amara verità” non è decretare quale delle due fazioni avesse ragione, ma che di fatto non l’avesse nessuno.
Quando Torundo ricorda la distruzione di Silvermoon per mano del Flagello e suggerisce che gli Amani abbiano assistito impotenti alla sofferenza degli elfi così come questi ultimi avevano assistito alla sofferenza dei troll, Lor’themar perde il controllo… e lo colpisce in un gesto impulsivo e molto… umano. Per la prima volta nel racconto, Lor’themar non riesce a difendere le proprie convinzioni con le parole, perché comincia a sospettare che Torundo possa avere ragione. Non su tutto, magari, ma su abbastanza cose da mettere in discussione decenni di certezze, sia sue che di tutto il popolo elfico.
Si arriva così all’ultima parte del racconto, in cui Torundo smette di accusare e contemporaneamente Lor’themar smette di difendersi. Entrambi sono stanchi e per la prima volta parlano sinceramente. L’amani ammette di aver servito una guerra che non aveva scelto e il Lord Reggente comprende di aver fatto esattamente la stessa cosa. Tutti e due hanno ereditato un conflitto più antico di loro e tutti e due hanno imparato a odiare prima ancora di capire il perché lo facessero, combattendo battaglie iniziate da generazioni ormai scomparse. Nessuno dei due riesce a indicare il momento preciso in cui quella guerra ha smesso di avere uno scopo ed è diventata semplicemente un’abitudine ed è probabilmente questa la riflessione più importante dell’intero racconto.
Possiamo concludere facendo un parallelo con gli altri racconti che Blizzard ha rilasciato durante Midnight dicendo che se The Void Between parlava della riconciliazione impossibile tra Umbric e Rommath, e Legacy of the Amani esplorava il peso dell’eredità di Zul’jin, The Bitter Truth affronta qualcosa di più profondo, cioè la memoria. Non nella sua accezione storia, ma in quella emotiva. In questo racconto Blizzard non cerca di assolvere né gli Amani né gli Elfi del Sangue, bensì ci mostra che entrambe le parti hanno costruito la propria identità sopra ferite mai guarite e suggerisce che la pace non arriverà quando uno dei due popoli vincerà, ma che lo farà soltanto quando entrambi saranno disposti ad accettare una verità terribile, cioè che il sangue versato non apparteneva soltanto al nemico.
Alla fine Torundo lascia la locanda, convinto che il suo popolo possa essere destinato all’estinzione e Lor’themar rimane solo, con l’ultimo sorso della bevanda Haranir ancora sulle labbra. È un finale silenzioso, dove (al contrario di quello che si può pensare), non ci sono riconciliazioni, promesse, né tantomeno alleanze. È un finale in cui il dubbio la fa da padrone. E forse, dopo secoli di odio, quel dubbio vale più di qualsiasi trattato.
Ora, come promesso, finiamo con la nostra riflessione di cui vi abbiamo accennato poco fa. Sappiamo che a molti questo “ammorbidimento”, “deriva disneyana”, chiamatela come vi pare, della lore fa storcere il naso. Noi restiamo convinti che questa introspezione che Blizzard porta avanti vada bene, ma che troppo spesso viene relegata in media esterni come questo di cui in pochi fruiscono. E soprattutto, che di questa introspezione avrebbero un tremendo bisogno i personaggi principali della storia (quando sarebbe stato bello questo racconto con protagonista Zul’jan? Perché non dare un qualcosa di simile anche a lui invece della scelta che si è fatta? Perché magari sarebbe rimasta la stessa, ma avrebbe avuto una profondità ben diversa!). Il problema non sono questi approfondimenti emotivi, ma il fatto che dovrebbero essere più presenti e più incisivi in game, fatti rispettando la caratterizzazione di ogni popolo e personaggio per evitare un appiattimento generale. Non è molto, ragazzi, anzi, è davvero poco se ci pensate, ma la lore a nostro giudizio ne gioverebbe tantissimo. Speriamo che anche Blizzard prima o poi lo capisca (ma sarebbe meglio prima…)























